sabato 15 gennaio 2011

Periferie modello Detroit

Si sta attivando un dibattito pubblico molto interessante sui temi dell' urbanistica della città che ruota su due domande fondamentali: quale idea di città deve guidare i cambiamenti necessari e quale periferia vogliamo e possiamo proporre. Sforzandosi di prefigurare scenari possibili, esso dovrà approfondire le ragioni di una mancanza di risultati nonostante un preciso e motivato piano regolatore. G li obiettivi del piano erano semplici, nessuna espansione edilizia, riqualificazione del tessuto esistente e del verde e soprattutto dell' immensa periferia formatasi nel dopoguerra e riconversione delle aree dismesse. Difficile dire che percentuale è stata raggiunta rispetto a questi obiettivi, ma comunque le condizioni di vivibilità sono peggiorate e lo sviluppo basato sulla riqualificazione non c' è stato. Abbiamo continuato a mandar via coppie giovani al ritmo di oltre 5000 persone l' anno, senza migliorare il verde e accumulando ulteriore fabbisogno di case. Del resto non riuscendo a realizzare o riqualificare grandi quartieri in città e nemmeno fuori di essa perché ogni Comune non cede sovranità e l' area metropolitana ipotizzata come scenario è di là da venire, come poteva verificarsi uno sviluppo della città senza espansione? Poteva, com' è accaduto, aggravarsi l' intasamento e l' abusivismo edilizio nei Comuni della cintura intorno Napoli, aggrovigliando quella corona di spine che Nitti denunciava un secolo fa come prodotto della miseria del Sud. Se si riflette sulle attuali possibilità di edificazione in periferia, si scopre che la parte maggioritaria è prevista come terziario o laboratori produttivi e tale previsione, che forse andava bene dieci anni fa, oggi non corrisponde più alle necessità cittadine. A Milano, per fare un esempio, il Comune si è impegnato a proporre una variante all' Expo 2015 per aumentare la quota di residenze previste e abbassando di conseguenza il terziario previsto. Si tratta in sostanza di proporre aggiustamenti e correttivi, senza stravolgimenti urbanistici, in modo tale da favorire lo sviluppo sostenibile. Un convegno e una mostra a Palazzo Reale ("Mies van der Rohe e il Lafayette park", a cura di Università Federico II, Facoltà di Architettura e Ordine degli architetti, inaugurazione oggi ore 1018) possono essere di stimolo a una riflessione sul come riqualificare la periferie. In particolare la mostra illustra un intervento che ci viene dagli Usa, un grande quartiere nella città dell' automobile, a Detroit, che vuole proporre un modello di eliminazione degli slums. Non è certo una forma d' insediamento immediatamente applicabile alle nostre città del Sud abituate alla strada come luogo di relazioni, ma, superata un po' di retorica sulla città meridionale, non potrebbe essere arricchita la nostra esperienza accogliendo ciò che vi è di veramente innovativo? Si tratta di un grande quartiere edificato intorno a un parco residenziale pedonale con poche attrezzature pubbliche e un adeguato centro commerciale. Vi viene espressa l' idea moderna dell' abitare nel verde che ha attraversato tutto il Novecento e che qui ha trovato una eccezionale soluzione. Case alte per coppie più o meno giovani, case basse per famiglie numerose, case a schiera per la tradizionale famiglia americana. Niente palazzine dunque, ma uno studio del paesaggio e un senso di comunità inaspettato che è testimoniato dal film sulla vita degli abitanti in proiezione alla mostra. Il successo del quartiere si basa sulla qualità dell' urbanistica di Hilberseimer e sulla qualità degli edifici di un architetto d' eccezione, Mies van der Rohe, che ha disegnato le case a basso costo del Lafayette park, dopo che per tutta la vita aveva disegnato case per ricchi borghesi e grattacieli per le Corporates. Purtroppo il parco residenziale moderno ha una cattiva reputazione a Napoli: le Vele di Franz Di Salvo a Scampia altro non erano che un tentativo di case alte nel verde, ma sono state realizzate male e peggio abitate. Con questo non voglio dire che non si possa cercare di farle sopravvivere, in qualche modo, ma certo erano e sono poco adatte a famiglie disagiate con bambini. Il quartiere americano invece appare più in sintonia con gli usi abitativi locali pur aderendo poco all' american way of life delle case unifamiliari isolate col giardino e il garage. Tornando a Napoli e rimarcando il giusto indirizzo del piano regolatore di non espandere la città e di creare luoghi residenziali in periferia attrattivi e soddisfacenti il nostro alto fabbisogno, perché non pensare, nell' attesa di costruire le case dei napoletani fuori provincia, a nuovi quartieri ecologici, ma che usano edilizia mista e grattacieli per giovani coppie e single?

(pubblicato 26 ottobre 2010 — NAPOLI- Repubblica)

Case a prezzi accessibili per le giovani coppie

Forse qualche speranza per giovani coppie, anziani e studenti di trovare un alloggio decente a prezzo sostenibile potrebbe sorgere a breve a Napoli e in Campania.  
In un recentissimo convegno alla Fondazione Banco di Napoli, un gruppo bancario insieme ad associazioni private ha proposto la costituzione di fondi immobiliari da impiegare per costruire alloggi sociali.
Il Piano di edilizia abitativa del governo, nel quale questa iniziativa s’inserisce, sembra poter dare migliori frutti del cosi detto Piano Casa che finora non ha interessato quasi nessuno in Italia. L’ammontare dei finanziamenti pubblici del Piano di edilizia abitativa  è ancora molto esiguo (140 mln di euro),  ma le promesse  politiche di maggiori finanziamenti non mancano ( si parla di un miliardo di euro); essi andranno a coprire il 40% dei costi per gli alloggi mentre il 60% dovrà essere trovato localmente da investitori privati, Fondazioni bancarie,  Amministrazioni pubbliche,  Imprese, Enti di gestione, etc.
Il Social Housing di cui parliamo non riguarda case pubbliche  ma case private  per soggetti economicamente deboli a  prezzi calmierati.
Si parla di prezzi più bassi di circa il 30% rispetto a quelli di mercato, prezzi quindi raggiungibili da ceti medio bassi che oggi non riescono né a comprare né a fittare case dignitose.
Ma oltre i prezzi calmierati l’edilizia sociale differisce dai quartieri pubblici anche per una sua diversa filosofia, simile per certi versi a quella Ina Casa del piano Fanfani del 1949. Intanto si prevede che i progetti siano più attenti non solo alle case ma alle relazioni tra gli abitanti,
ci siano cioè strumenti per una maggiore socialità, poi  sono previste forme semiautonome di gestione degli alloggi e dei spazi sociali, inoltre le  modalità di uso degli alloggi  vengono differenziate in proprietà, riscatto e fitto, ed infine alle funzioni residenziali sono integrate servizi e commercio.

Insomma è un passo avanti ed uno indietro rispetto all’edilizia pubblica tradizionale.
Avanti perché immagina quartieri più vivibili e a gestione privata integrata;  indietro perché le case sono private e dovranno rendere un tasso interessante (si parla di un +3% oltre inflazione) per invogliare investitori privati, cosa non scontata al sud a causa di perturbazioni come illegalità e abusivismo.
In fondo il successo, ovvero la quantità di alloggi sociali da mettere sul mercato,  dipende  da quanto i privati credono in questa iniziativa, considerando  l’enorme fabbisogno esistente ( solo a Napoli è stimato in oltre 50.000 alloggi che non vuol dire però 50.000 acquirenti ). Dipende   dall’ammontare degli  investimenti pubblici  e dalla  collaborazione e capacità degli Enti locali di mettere suoli,  ridurre contributi e superare le croniche difficoltà e ritardi nelle procedure e soprattutto garantire   la sicurezza dei cittadini abitanti.
Senza guardare all’Olanda dove il social housing è molto diffuso, anche da noi, pur in presenza di scarsi finanziamenti pubblici,  iniziative di una certa entità si stanno realizzando a Milano e a Parma.
E’ proprio di alcuni giorni fa la presentazione di un progetto di 110 alloggi della Compagnia delle Opere alla Bicocca con affitti da 500 euro mensili  per  tre stanze e soprattutto  la Fondazione  Housing  Sociale  sta costruendo in due aree periferiche, dopo aver fatto un concorso di architettura con ottimi risultati,  oltre 500 alloggi sociali. A Parma inoltre, la Parma Social House ha in programma, d’intesa col Comune, la realizzazione in due anni di 1100 alloggi sociali.

Il Social Housing dovrebbe affiancarsi quindi ad altri interventi pubblici per essere significativo nella  riqualificazione delle periferie: edilizia pubblica , programmi di recupero, contratti di quartiere etc.
Purtroppo l’esperienza dei Piani di Riqualificazione Urbana, con un meccanismo d’intervento pubblico-privato piuttosto complesso, è stata abbastanza deludente e a Napoli poi, in quindici anni, non si è riusciti a costruire nemmeno una casa scontando anche uno scarso interesse delle Imprese. E’evidente che è molto complesso, costoso e lungo il processo di riqualificazione e le scorciatoie della demolizione e ricostruzione ogni tanto fanno capolino nella stampa nazionale; ma tutto scompare dopo pochi giorni, quando quegli atti criminali compiuti nei casermoni pubblici che hanno esaltato il problema della periferia pubblica degradata sulla stampa, vengono dimenticati.
A Napoli il quartiere De Gasperi a Ponticelli,  600 alloggi degli anni cinquanta,  era previsto da demolire e ricostruire con un bel progetto vincitore di concorso; ma sebbene finanziato,  in cinque  anni il Comune non è stato in grado di effettuare l’intervento. 
Se guardiamo al recente passato napoletano la capacità di realizzare interventi abitativi in grado di ridurre l’emergenza sociale è stata assai scarsa sia da parte dell’Amministrazione Comunale sia da parte delle Imprese private. Dopo l’emergenza dei  20.000 alloggi  pubblici del dopo terremoto del 1980,  assai problematici come socialità e durata delle strutture,  nessun quartiere decente è nato negli ultimi vent’anni,  né pubblico né privato; solo sparse case abusive di cui  i  600 alloggi  di Casalnuovo sono un sintomatico esempio di mostruosità e allarme. Niente di simile è successo a Roma o a Milano, dove sono nati grandi interventi edilizi (si pensi a Parco Leonardo a Roma) che hanno offerto possibilità abitative a prezzi di mercato si intende;  prezzi che  comunque sono inferiori a quelli di Napoli per beni analoghi.
E’ evidente che la periferia da risorsa è diventata ostacolo ed il suo degrado non solo è un problema sociale difficilissimo  ma si allarga e opprime i quartieri intermedi e peggiora anche il centro storico  oltre che privare di futuro i giovani napoletani.
Se l’iniziativa finanziaria del Social Housing meridionale avrà successo e le amministrazioni locali e regionali daranno il loro fattivo contributo, si ridurrà  di un poco il drammatico disagio abitativo e il degrado di periferie inabitabili.  Sappiamo tutti che non è più stagione di edilizia pubblica, ma il fabbisogno abitativo è veramente grande e richiede grandi investimenti pubblici e privati e molta lungimiranza politica per non costringere la maggioranza dei nostri figli a trovare casa altrove.


Pubblicato su “La repubblica” Napoli del 1.10.2010

giovedì 13 gennaio 2011

Accettiamo la sfida sugli anni di Achille Lauro


Mi pare una sfida e una provocazione intellettuale quella di rivalutare il periodo laurino che il Soprintendente Stefano Gizzi ha proposto giorni fa su questo giornale in un’intervista di Diego Lama. 
Una sfida perché per noi che ci siamo formati su “Urbanistica 65” di Iannello e De Lucia, su “Documento su Napoli” di Pane e sugli scritti di De Fusco, appare difficile associare il termine qualità alle realizzazioni laurine mentre associamo a esso concetti come speculazione edilizia o “mani sulla città”e non riteniamo di includere tra le “sue” realizzazioni, pur fatte in quel periodo, opere come per esempio La Loggetta o la Facoltà di Ingegneria. 
Provocazione intellettuale perché, ritenendo di non avere forti pregiudizi, una rivisitazione con occhi meno ideologici e forse più distaccati da quelli degli storici sopra citati, potrebbe essere utile a ricollocare, nel quadro cittadino attuale, un periodo e un insieme di opere che forse merita maggiore attenzione. Accettando la sfida e la provocazione, vorrei solo fare due osservazioni a un argomento e a un’iniziativa che, nel colpevole immobilismo di questi quindici anni, potrebbe agitare positivamente le acque  stagnanti di una paralisi urbanistica che sta danneggiando enormemente il futuro di questa città e soprattutto i suoi giovani abitanti.
Intanto, come osservato da Giovanna Muzzillo su questo giornale ( 8.1.010)  estenderei l’indagine sul  periodo laurino a due decenni, 50-60 e 60-70  che certo sono diversi,  ma riconducibili alla stessa insofferenza delle classi dirigenti di quel periodo per ogni regola urbanistica o semplicemente edilizia; nel 1959 Samonà osservava, Napoli rifiuta i piani,  ed in realtà il rifiuto proveniva da un bisogno padronale di avere mani libere nell’usare la rendita e la fame di case  come leva per superare qualsiasi intralcio democratico. Si praticava l’opposto del principio costitutivo di una tradizionale cultura del fare città: il principio d’ordine. L’istanza di modernizzazione emergente dal paese e il miglioramento economico post bellico venivano piegati a fini particolari anche col malgoverno. Il lassez-faire praticato a Napoli era in linea con quello nazionale, solo un po’ più cinico e baro.  Esso consentiva cementificazioni e aumenti di cubature perfino in zone panoramiche e intoccabili vietate anche dal riutilizzato Regolamento Edilizio del 1935.  ( via Manzoni, via Michelangelo, via Orazio, via Nevio, etc). In periferia, l’indifferenza all’abusivismo, avrebbe prodotto una città illegale come Pianura.
La seconda osservazione riguarda la distinzione tra architettura e città. Il Novecento, a differenza dell’Ottocento, com’è noto, ha praticato disinvoltamente tale separazione che è iniziata a Napoli proprio nel dopoguerra e che ha visto successivi fallimenti urbanistici nella periferia costruita degli anni settanta qualche volta anche in presenza di architetture di qualità.

Negli anni cinquanta la costruzione della città sulle colline avveniva in spregio dei caratteri paesistici, della misura edilizia della città della storia, delle regole moderne di distanza tra strade ed edifici e di dotazione di verde. La modernità laurina produceva brutture come l’intensivo rione Carità col suo “bel” grattacielo o il caotico villaggio Lauro (in nomine fatum); ma anche interventi positivi come la sistemazione di Piazza Municipio affidata a Canino, piazzale Tecchio e la ricostruzione della Mostra d’Oltremare.
Eccellenti architetti che seguivano linee culturali che spaziavano dal classicismo critico di Canino al razionalismo di Cocchia e De Martino all’organicismo di Cosenza e De Luca, producevano, malgrado il laurismo,  opere significative che hanno retto il tempo, come la stazione di piazza Garibaldi, il Politecnico , il Monaldi,  la Rai.  E soprattutto, nel campo delle case popolari la qualità dei nuovi quartieri ebbe riconoscimenti nazionali indiscussi.  Proprio quei quartieri, realizzati massimamente col piano Ina-casa, sono stati documentati da una mostra della Soprintendenza nel 2006 a cura di Ugo Carughi e nella quale Lilia Pagano ed io curammo la sezione cittadina.
In definitiva penso che più che fare graduatorie tra gli anni peggiori della Napoli moderna, sia utile ripensare i modi per una rinascita del senso di appartenenza a un bene collettivo qual è la nostra città con le sue parti storiche cosi come con quelle periferiche entrambe bisognose di amorevoli cure. 
( pubblicato su "Il Corriere del Mezzogiorno" del 12.1.2011)

domenica 26 dicembre 2010

Gricignano park



Gricignano Park
Più che andare oltre la città vorrei tornare dentro di essa e capire come trasformarne le parti peggiori soprattutto nella disgraziata periferia. Non era inevitabile rompere la città. Più che le teorie moderne degli anni trenta responsabili di modelli urbanistici in fuga dalla città, è stata la rottura degli anni settanta in Italia, a partire dalle 167, a distruggere definitivamente il nostro tradizionale equilibrio urbano. La scommessa oggi, come dice Rogers non dipende più dal modo in cui sono fatti gli edifici, una versatilità tecnologica è ampiamente disponibile per i progettisti, ma dipende dalla loro capacità di costruire un ambiente urbano vivibile. E’ una questione prima culturale e poi politica perché la città è soprattutto un dominio pubblico.
Gricignano park è un progetto teorico di zolla residenziale in espansione urbana.

Nell’ottica di un’auspicabile dimensione metropolitana della città Napoli si è studiato un nuovo polo residenziale nelle campagne intorno al paese di Gricignano d’Aversa ricche di grandi superfici coltivate e di un attivo collegamento ferroviario che la unisce con Napoli in 30 minuti. Tale collegamento ha stimolato la recente nascita di una cittadella militare Nato, traslocata da Bagnoli.
In vista di rintracciare potenziali aree fuori i confini della città, abbiamo studiato, evitando il modello della città di fondazione un’espansione che potesse avvantaggiarsi della struttura urbana di Gricignano (10.000 abitanti) e nel contempo costituire una potenzialità di vita per i napoletani.
L’insediamento rispetta il tracciamento di Gricignano e la centuratio dell’Ager campanus. La zolla residenziale occupa un quadrante della centuratio agricola (720x720 mt.) ad oriente del paese verso Succivo.
L’impianto della zolla, che risente della rigidità del modello, estende tre assi come decumani (est-ovest) e suddivide attraverso nuovi cardi la centuria in strisce pari a 1/8 (90x360 mt.). I nuovi decumani sono trattati come viali alberati e strade commerciali mentre i cardi restano vie residenziali. Le strisce misurano l’intervento e dal loro accoppiamento o destinazione sono ricavate tutte le funzioni urbane: alcune sono pubbliche e trattate interamente a verde e contengono attrezzature scolastiche e servizi pubblici, altre sono accoppiate a due formano gli isolati. Questi si caratterizzano con quattro lotti attestati intorno ad un parco centrale con servizi alla residenza. I lotti residenziali contengono circa 90 alloggi con parcheggi in superficie ed interrati mentre le testate sui viali hanno piani terra commerciali.
La densità abitativa è di circa 400 ab/ha, con edifici da tre a cinque piani, cui corrisponde una densità territoriale di circa 200 ab/ha. La morfologia dell’edificazione è libera e composita, lo studio ha approfondito alcuni riferimenti sull’impianto come il quartiere Lafayette park a Detroit di Mies e Hilberseimer, sulla varietà tipologica e di paesaggio come quelli sviluppati da Bakema e Van den Broeck nei polder olandesi; approfondito tipologie a grande e piccola corte come la vicina siedlung Alfa Romeo a Pomigliano e l’antica domus elementare.

pubblicato su "Community/Architecture", a cura di E.Prandi, FAE, Parma, 2010

venerdì 24 dicembre 2010

Formazione post-laurea: tirocini e stage

pubblicato su Atenapoli , 15.10.2010 
di Sergio Stenti

Mai  come oggi  la formazione post- laurea ha interessato cosi tanti laureandi e laureati;  oltre il 50% frequenta tirocini o stage  dentro o fuori l’università, mentre vengono sempre più  trascurati masters e dottorati: questo in estrema  sintesi il quadro che emerge dall’inchiesta Alma Laurea 2010 di cui parleremo meglio in seguito.
E’ evidente che da un lato il valore reale della laurea si è ridotto notevolmente e poco serve per entrare nel mondo del lavoro, dall’altro, il mercato ha innalzato le sue richieste e chiede specializzazioni  e professionalità che  la laurea non  riesce ad offrire: insomma una laurea che si dequalifica e un mondo del lavoro poco disposto a  investire in tempo e soldi per la formazione dei suoi dirigenti e tecnici.  
Conferme  arrivano da più parti. In una recente intervista giornalistica diversi
 “ cercatori di cervelli” per conto di grandi aziende di livello europeo, raccontavano come essi non ritenessero più come importante il voto di laurea o il regolare corso degli studi ma soprattutto cercassero giovani laureati con  frequenza di stage in azienda e formazione pluri-diretta anche fuori il campo specifico dei loro studi universitari.
In questo quadro che  statistiche e autorevoli opinioni  confermano cosi come le frequenti  disillusioni pubbliche  che molti giovani affidano ai media,  va aggiunto  che l’università sembra molto più preoccupata di se stessa  come struttura che della validità della formazione che offre e della sorte dei  suoi laureati.
L’università appare schiacciata  come non mai da tensioni opposte tese da una parte ad una sua re-interpretazione  quale azienda speciale di ricerca e formazione di eccellenza e dall’altra quale scuola di massa con profili soprattutto didattici. Ridimensionata da  significative, anche se non drastiche,  riduzioni di soldi pubblici e di docenti, essa è  intrappolata da logiche rivendicative, da lobbies professorali,  da impermeabilità a valutazioni esterne ad essa intorno ai  metodi di promozione dei suoi dirigenti (lo sono tutti i professori) e dei risultati conseguiti nel mondo del lavoro, delle professioni e della ricerca. Una risposta, già in corso in alcune realtà del nord est,  è la creazione di poli universitari  con  enti pubblici territoriali,  aziende e mondo bancario. Una specie di uscita dall’ambito pubblico verso un ambito pubblico-privato teso a superare la riduzione dei finanziamenti, attrarre studenti, mettersi in concorrenza con altre università  in una prospettiva federalistico – territoriale che probabilmente lascerà al palo le università “ tutte pubbliche”.
Appare quindi molto sfasato l’attuale dibattito sui modi del  rinnovo della docenza e della governance dell’università  pubblica che  non sarà  sufficiente ad arrestare l’attuale degrado del valore della laurea dimostrato dalla crescente richiesta di ulteriore formazione  postlaurea sui cui  l’Università  pubblica poco investe.
Ogni facoltà e ogni Ente fa da se in questo campo post laurea,  dove mancano politiche e criteri  nazionali di verifica della qualità, degli obiettivi proposti e  raggiunti e dei costi complessivi.  E’ veramente difficile per un laureato scegliere un master o uno stage, valutare la sua utilità, capire se gli obiettivi proposti sono frutto di retorica  propagandistica o vicini alla  realtà.
Purtroppo i dati disponibili sulle università italiane ( Alma Laurea 2010) non raccontano la qualità dei  masters o degli stage o dei dottorati  ma solo quella dei tirocini obbligatori. Nemmeno è monitorata la qualità ed i risultati occupazionali dei Corsi di formazione professionale che, notoriamente ben finanziati dalla politica,  sono gestiti dalle Regioni.

Nelle università  i tirocini sono organizzati dalle facoltà sia all’interno che all’esterno  di essa con apposite convenzioni che di solito prevedono  un monte ore  tra 250 e 400.
Il tirocinio obbligatorio, di tipo formativo e di orientamento,  viene riconosciuto con circa 9 crediti, al pari di  un esame importante. La scelta degli studenti è orientata a privilegiare i tirocini esterni in aziende pubbliche, private, Ordini,  evitando  invece quelli interni poco qualificanti perché tenuti dagli stessi docenti che fanno didattica.   Naturalmente ci sono eccezioni  e situazioni come  le Cliniche e le facoltà con Laboratori conto terzi.
Ad architettura  per esempio  pochi scelgono i tirocini all’interno delle facoltà, circa il 9%, mentre  il 18% sceglie  quelli in  Enti pubblici e la maggioranza, circa il 65%, opta per quelli  in aziende private /studi professionali;  quasi nessuno sceglie gli Enti di ricerca  anche perché sono mosche bianche.
Sorte infelice sta accadendo ai  dottorati di ricerca, formazione d’eccellenza nella ricerca universitaria e  una volta  banco di prova della qualità di una facoltà e dei suoi docenti. La riduzione delle borse di studio,  la poca ricerca  praticata dai dottorandi “senza borsa” e l’inutilità  pratica  del titolo al di fuori dell’università  stessa, stante la mancanza di Enti di ricerca sul mercato, li hanno trasformati in  una specie di scuola di formazione magistrale per futuri docenti ed,  in attesa,  in piccolo sostegno  didattico a professori  ormai privi da tempo di  assistenti.
Incredibilmente anche i masters  hanno vita difficile  anche se ritengo che i dati nazionali non riflettano e oscurino  singole valide esperienze di alta qualità; ma la variabilità  e  spesso l’evanescenza dei loro contenuti, in mancanza di  riscontri nazionali e di un certo  valore d’uso,  ne hanno fatto perdere di molto l’appeal.
Se si guarda all’offerta formativa appare evidente che sono  poco credibili quei masters che propongono formazione in campi dove  il territorio di appartenenza  della facoltà non eccelle, dove non si riscontrano aziende innovative interessate, o dove la qualità della proposta si regge su figure di spicco non di stabile presenza. Ogni facoltà ha la chiara percezione in quali masters  potrebbe  eccellere anche  sul piano di una concorrenza nazionale, ma essa  non esercita politica di indirizzo né di coordinamento per lo meno regionale;  il suo compito sembra limitarsi alle lauree ed è già segno di qualità se non attiva lauree strampalate o prive di una struttura  stabile di insegnamento.
Sugli stage mancano dati statistici sulla  frequenza e sulla qualità, e questo è già un dato significativo; essi riguardano i laureati  che svolgono attività senza compenso, in aziende convenzionate con l’università per un periodo da tre a sei mesi. Non ci sono inchieste sull’uso effettivo di questi laureati, si dice che lo stage incrementa le possibilità occupazionali di un 6%. Occorrerebbe una  certificazione di qualità delle aziende che impiegano gli stagisti, unica garanzia di un apprendistato spendibile sul mercato.
Circa il 45 % dei  laureati architetti si inserisce  in un mondo professionale di  140.000 professionisti: la più alta concentrazione europea di architetti per abitante. Ma  a tale grandissimo numero vanno aggiunti - l’Italia è l’unico paese europeo ad avere cosi tante figure che si occupano di edilizia - gli ingegneri edili, i nuovi ingegneri-architetti,  i geometri. Vanno ancora sommati i nuovi arrivati con le lauree triennali, architetti e ingegneri che,  in mancanza di una chiara normativa circa le loro competenze professionali -  un colpevole lassismo del Ministero e degli Ordini -   esercitano, di fatto, il mestiere privato dell’architetto quinquennale. 
I dati  disponibili sulla  formazione postlaurea  dal 2002 al 2009 ( AlmaLaurea 2010)  ad Architettura mostrano un  notevole trend di crescita dei  tirocini e degli stage   arrivati  ad una percentuale di  tirocinanti   pari al  17%  dei laureati,  di stagisti pari al 21 %, mentre è sorprendente  il trend in continua discesa nella scelta dei dottorati  ( 5% ), dei masters ( 4%) e dei Corsi di formazione professionale ( circa 10%.).

Vale la pena infine  fare qualche osservazione sull’Esame di Stato, primo passo che dall’Università porta nel mondo del lavoro e alla iscrizione negli albi professionali.  E’ noto che  tutti i laureati lo sostengono quanto prima possibile e vagano da sede in sede per poterlo superare più agevolmente. Ad alcune professioni viene richiesto prima dell’Esame, un tirocinio professionale che, nel caso degli avvocati, raggiunge i due anni.
L’esame  di stato è gestito malissimo da Università e Ordini, quasi  espressione di un retaggio corporativo reso ancora più difficile, in teoria, con addirittura 4 prove da svolgere dall’ultima legge organica  n.328/2001.  La cattiva e irresponsabile gestione dell’esame ( commissione composta da 5 membri, tre proposti  dagli Ordini e due, compreso il Presidente, proposti dall’Università)  consente l’iscrizione all’Albo, ed è il prodotto di un totale disinteresse formativo. Nessuna seria preparazione viene fornita su  materie prettamente professionali come  legislazione, normative  e  tecnica. In compenso, ad onta delle 4 prove, e con colpevole cinismo soprattutto in un mestiere come l’architetto che costruisce nel e per il sociale, la gran maggioranza dei laureati lo supera senza aver fatto in sostanza  una minima pratica in studio.

I dati statistici forniti da Alma Laurea fotografano una  realtà di laureati  che si sta orientando  diversamente dalle principali  proposte di formazione post laurea delle Università pubbliche. Essi cercano formazione specialistica e apprendistato e poco  sono attratti dalle offerte standard delle Università,  come dottorati e masters,  ed è evidente che è necessaria una diversa politica sulla  formazione:  il pezzo di carta non serve più e il valore legale del titolo di studio si è quasi liquefatto. Considerando poi che le aziende  non hanno più voglia di investire, come una volta, tempo e denari per formare manager e tecnici e li vogliono “pronti all’uso”. Il  necessario completamento della  formazione ricade, alla fine, sui singoli laureati, mentre le università pubbliche non solo non adeguano i contenuti dei corsi di laurea  per una migliore spendibilità del titolo nel  mercato del lavoro ma  poco si impegnano  nel nuovo mercato della formazione post laurea  ritenendo quest’ultimo marginale alla loro funzione pubblica.

10 milioni per un'opera d'arte , 100 milioni per una stazione



Quando si inaugurerà la stazione del Metrò Università, non sarà attivo ciò che immaginiamo, il collegamento diretto Piscinola –Rettifilo. Sotto la pancia del gigantesco cavallo del re Vittorio Emanuele II, padre della patria, appena posto al centro di piazza Borsa, non scorreranno i convogli della metropolitana ma solo una navetta con partenza  da piazza Dante e con nessuna fermata intermedia.
Scavare con la Talpa in zona archeologica costa enormemente in termini di soldi, di ritardi sui tempi, di riprogettazione delle stazioni e di sorprese non sempre positive. Comporta anche grandi occasioni di studio, di recupero di reperti antichi sepolti, di sperimentazioni architettoniche e di riqualificazione urbana nei dintorni. Le stazioni ipogee a Napoli sono state anche un’occasione di produzione di arte pubblica che nelle intenzioni di Mendini e Bonito Oliva sono servite e servono a costruire un museo sotterraneo di arte contemporanea. Un eccezionale successo di critica e di pubblico ha accompagnato le 14 stazioni costruite della linea 1 ( costo medio € 60 mln/stazione e 65 mln/Km) in parte oggi compromesso da una perdita di misura che sembra caratterizzare le nuove stazioni in costruzione.
Da un trinomio arte+architettura+design che ha segnato le stazioni dell’arte, si sta passando ad un binomio arte+design mettendo fuori gioco l’architettura  e le sue ragioni pratiche.
Alcune nuove stazioni tendono, infatti, a diventare esse stesse opere d’arte, superando il confine tradizionale tra architettura come costruzione con scopi sociali e arte come libero esercizio di sensibilità, legata solo alla biografia dell’artista.
Tale slittamento non solo pone questioni intorno al significato dell’attività artistica, sulla quale da sempre si interroga chi progetta , ma  pone anche  problemi di  responsabilità  di chi decide, di quale rapporto col pubblico ricercare , di quale coinvolgimento praticare,  dato che parliamo di opere finanziate con soldi pubblici e non  fatte per “ il piacere del principe”.
La questione del significato del progetto artistico ha una sua importanza perché è sotto gli occhi di tutti lo slittamento che sta avvenendo nelle opere pubbliche: da proposta razionale e sociale condivisa a simulacro, a oggetto urbano dotato di forte immagine emozionale, a landmark.  La strada per la notorietà e il successo dei progettisti passa per l’accondiscendenza al mercato e alle sue regole di marketing.
Tale nuova focalizzazione fa perdere  di vista il contesto dei progetti, il ruolo  dei luoghi nei quali si costruisce, i quali   non vengono più  percepiti come importanti  dai progettisti; si attua cioè uno spaesamento contro i luoghi, un tradimento che serve a  liberare il progetto dalle regole tradizionali del rispetto del contesto. Un atteggiamento artistico che insegue soprattutto l’immagine emozionale, il gigantesco, il ridondante. Era il 2003 quando l’artista Anish Kapoor progettava come “architetto” la stazione di periferia di Montesantangelo aiutato dallo studio Future system nel primo progetto postmoderno della città.
La piccola stazione di Montesantangelo è, a sentire Massimiliano Fuxas la più sexy stazione che si conosca. Un’opera d’arte integrale, un sesso d’acciaio corten. Una scultura a dimensione gigante, un Landmark urbano.
Gli autori e la committenza hanno ancora qualche reticenza a giustificarla come opera d’arte pura; scrivono che l’opera riqualificherà culturalmente il rione Traiano; ma sappiamo che non è cosi, che al rione certo l’arte non fa male ma soprattutto esso  ha bisogno di  commercio, servizi e parchi.  
Conoscere il costo delle stazioni della Metropolitana non è cosa agevole, quando si parla di cifre si trovano solo importi generali non dettagliati; ai costi concorrono molte variabili, la scelta del tipo , metropolitana leggera o pesante, ma soprattutto la presenza di strati archeologici. 
Ma seppure con una certa approssimazione il costo stimato della stazione di periferia di Montesantangelo  (un costo medio per una stazione di periferia , a Torino come a Napoli,  è di circa 35 mln di euro)  è circa  100 milioni di euro, di cui oltre 10 milioni solo per le  due opere d’arte. E’ come se invece di costruire al Traiano un discreto Auditorium ( penso a quello di Ravello ) si fosse scelto di realizzare una scultura gigante per stimolare la cultura degli abitanti.
Qui si mostra ciò che si diceva a proposito delle responsabilità delle scelte pubbliche per l’arte.
La stima del costo previsto da parte di Achille Bonito Oliva fu ritenuta oltremodo vantaggiosa per l’amministrazione pubblica e congruente.  Senza metter in dubbio valutazioni artistiche è difficile accettare congruenze di costi per una merce che non si può vendere e che è soprattutto forma e immagine seppure di acciaio. Ma forse, alle strette, potremmo sempre venderla, sezionandola, a qualche museo o Emirato arabo o città americana.
Per lo stesso costo medio stiamo costruendo cinque stazioni nel centro storico, Toledo, Università, Municipio e Garibaldi che saranno pronte  fra un paio di anni. Ma lì almeno le questioni archeologiche e la continua riprogettazione  sembrano giustificarne  l’alto costo.
Discorso a parte si deve fare per la futura stazione di piazza Garibaldi che affronta con forza la riqualificazione dell’incompleta piazza. La scelta però di costruire un centro commerciale interrato, coperto da una gigantesca pensilina in vetro che occupa circa mezza piazza pone notevoli interrogativi circa la necessità di occupare altro spazio urbano per privatizzarlo a uso commerciale, a fianco di un altro centro commerciale ricavato nella stazione della Ferrovia.