SERGIO STENTI
venerdì 14 settembre 2012
Facciamo delle Vele un reperto archeologico
SERGIO STENTI
domenica 19 agosto 2012
La mancanza sospetta dei concorsi pubblici
DOVREBBE essere una manna per la città e i suoi architetti, soprattutto in un periodo di crisi come questo, avere in programma e finanziate tutte insieme così tante opere pubbliche o a sostegno pubblico come abbiamo oggi a Napoli: restauro centro storico, Mostra d' Oltremare, stadio, metro e stazioni, Bagnoli e altro ancora. Eppure a fronte di tante opere pubbliche non c' è nessun concorso pubblico indetto, come rilevava ieri su queste pagine Pasquale Belfiore. Si procede come se si trattasse d' interventi privati: niente dibattito, niente partecipazione, niente responsabilità pubblica. Tutto rimane dentro le stanze delle istituzioni; al più si fanno annunci pubblicitari dei quali poco o nulla si riesce a comprendere circa la qualità delle scelte e le procedure per realizzarle. L a pratica dei concorsi per opere pubbliche che da un secolo costituisce un formidabile trait d' union tra istituzioni e cittadini, si è purtroppo prosciugata, interrompendo quella salutare diffusione novecentesca che vedeva la realizzazione dei beni pubblici attraverso il confronto delle proposte in competizione. Invece sembra oggi di assistere a un ritorno alle modalità dell' Ottocento quando il Comune trattava con i privati, e i privati proponevano al Comune, la realizzazione di pezzi di città o di edifici particolarmente importanti. Con la collaborazione di valenti ingegneri-architetti, le proposte private diventavano contratti approvati nel chiuso delle stanze comunali e, mentre risolvevano una cronica inefficienza comunale, si appropriavano anche della trasformazione della città con una pratica liberista oltre misura. A carico del liberismo ottocentesco va addebitato lo sviluppo asfittico della città, la mancanza di parchi e d' infrastrutture ma anche una qualità urbana dignitosa come quella realizzata tra l' altro al Rettifilo o al quartiere Santa Brigida. Ma vanno anche ricordati alcuni incidenti come l' urbanizzazione del Vomero, i cui danni ai cittadini ricordano i danni oggi subiti dagli abitanti dell' interrotto quartiere di Santa Giulia, disegnato da Norman Foster, a Milano. La prassi dell' accordo diretto tra impresee Comune si restringe nel Novecento proprio a favore del concorso pubblico, sia per opere importanti sia per i quartieri attivando ampi dibattiti stilistici che diventeranno una palestra di formazione per i giovani architetti italiani di quel periodo. È a questo punto che la figura del progettista, architetto o ingegnere, si libera dell' ipoteca delle imprese e s' impone all' attenzione della città con proposte e progetti tecnicamente e culturalmente aggiornati. Così sono nati i nostri più importanti edifici della città moderna: le Poste, le Finanze, la stazione marittima, la stazione ferroviaria, lo stadio San Paolo, il 2° Policlinico insieme a quartieri come La Loggetta o Secondigliano II settennio. Quasi del tutto accantonata la pratica dei concorsi (esistono eccezioni fortunate), le opere pubbliche vengono oggi costruite o attraverso incarichi diretti o attraverso gare tra imprese con progetti base redatti per lo più da uffici tecnici interni alle istituzioni che non brillano certo per qualità, competenza e aggiornamento. Una distorsione del sistema innescato dalle leggi Merloni impedisce poi di migliorare quelle mediocri proposte comunali riducendo le garea miglioramenti sui materiali e sull' energia. Il centro della premialità diventa ora la dimensione economica piuttosto che quell' architettonica ed estetica. La preferenza data alle gare d' appalto piuttosto che ai concorsi di architettura risponde anche a un' esigenza politica delle amministrazioni: incapacità di scelte di lungo periodo, impellenza data dalle scadenze dei finanziamenti, desiderio di avere mano libera nel cambiare i progetti in corso d' opera piuttosto che avere un progetto dato e fissato vincitore di concorso. Eppure, anche in quei pochi casi di concorsi pubblici espletati, le istituzioni non sono solerti nell' assumersi la responsabilità della trasparenza delle scelte in relazione all' abbandono o ai cambiamenti che i progetti subiscono. Per esempio non è noto perchéa Napoli il progetto per il porto di Euvè è stato abbandonato, perché è stato variato il progetto di Cellini per Bagnoli, perché è stato messo in archivio il progetto per il rione De Gasperi a Ponticelli. Non solo quindi serve più trasparenza tra amministrazione e cittadini nella trasformazione della città, ma nel caso dello spazio pubblico tale trasparenza e partecipazione è indispensabile. Non si può porre mano allo spazio storico della città senza fare concorsi e senza dibattito pubblico. Dare incarichi diretti, approvare progetti pubblici come se fossero privati, non è una pratica che stringe il rapporto tra città e cittadini. Crea sospetto e irresponsabilità e un senso di città privata che non è ciò che si vuole. Mi riferisco alle piazze invase (o abbellite secondo alcuni) dalle stazioni della Metropolitana, alle piazze che lo saranno tra poco (piazza Santa Maria degli Angeli e piazza Nicola Amore), al restauro e ri-uso di importanti monumenti nel centro storico, al restauro e riuso di edifici della Mostra d' Oltremare. Si fa un gran parlare dei beni comuni, di acqua, mare, montagne e paesaggi, come di beni fondativi della società che li usa e li vive, ma anche i beni pubblici, come abbiamo visto, sono fondanti la storia di una comunità e ogni loro trasformazione va attivata e condivisa.
Repubblica NA 25.7.2012
sabato 7 aprile 2012
Bagnoli ... bene comune
Bisogna tener conto delle ultime due novità su Bagnoli se si vuole ragionare su come e quando si realizzerà il grande progetto verde previsto al posto della gigantesca acciaieria dismessa nel 1991.
La prima novità è che, dopo due gare andate deserte, nessuno può illudersi che, mantenendo le attuali condizioni, gli investitori privati siano interessati a Bagnoli; la seconda è che, finalmente, la responsabilità della bonifica della spiaggia e del mare non è più sparsa tra Enti statali che non l’hanno fatta, ma sarà gestita direttamente dal Comune di Napoli cui dovranno essere trasferiti i finanziamenti.
E’ evidente che alla luce di questi fatti è urgente conoscere le intenzioni dell’amministrazione cittadina su come intende muoversi per programmare il completamento del grande progetto urbanistico.
Costruire la nuova Bagnoli- Coroglio con soldi pubblici è stato un desiderio irrealizzabile. Già nel 1993 si prevedeva per i suoli liberati un’occasione di sviluppo urbano per circa 300 ettari, con parchi, spiaggia, ricerca e porto turistico; una specie di risarcimento alla città che la politica s’incaricava di guidare come se fosse una rinascita: niente speculazione, solo un bellissimo luogo dove andare in vacanza, aria salubre, suolo bonificato, spiaggia e mare puliti.
Questo sogno che la città ha visto liquefarsi anno dopo anno ha incontrato molte difficoltà oggettive e soggettive come la diminuzione del flusso di denaro pubblico , il crescente costo e le difficoltà della bonifica dei suoli e della spiaggia, l’assenza dei privati e insieme un’incertezza sul progetto generale che non sembra ancora del tutto eliminata.
Aiuti europei considerevoli e finanziamenti pubblici anche ridotti e a singhiozzo non sono bastati a coprire l’aumento dei costi di un progetto cosi vasto per un sito molto inquinato. Un progetto tutto pubblico, simile al PSER del 1980, ma partorito negli anni novanta era stato il frutto di una visione statalista che già allora mostrava tutti i segni della non sostenibilità. Le stesse scelte urbanistiche approvate con la Variante del 1996 e poi col PRG erano volutamente superficiali sul fabbisogno abitativo e sognavano per la città un’economia terziaria e di ricerca. Prevedere per Bagnoli, ma anche per tutta la periferia, di costruire poco e quel poco soprattutto con uffici poteva andar bene forse per Milano ma non per Napoli. Ma tantè, quelle norme di PRG sono ancora valide anche se sono state di poco variate nel 2009 dalla giunta Iervolino per la sola Bagnoli, per cercare inutilmente di attrarre investitori privati.
I ritardi della bonifica dei suoli sono stati decisivi nel posporre ogni altro intervento sull’area e soprattutto la spiaggia e il mare inquinati si sono rivelati temi di bonifica più difficili del previsto compresa quella rimozione della colmata che, decisa per legge, non ha trovato ancora soluzioni pratiche. Spetterà ora al Comune occuparsi di questo, proponendo soluzioni praticabili e tempi accettabili. Quello che non è auspicabile è rimanere nell’incertezza paralizzante di polemiche sul modo della bonifica, o attardarsi a discutere di posizioni ideologiche o demagogiche tipo NINBY ( non nei miei terreni) che portano solo all’isolamento dalla comunità nazionale.
L’accumulo di questi ritardi e la mancanza d’infrastrutture hanno inciso fortemente sull’attendibilità dei tempi della riqualificazione e hanno allontanato gli investimenti privati.
Ma il quadro della Bagnoli del futuro è reso più incerto anche dalla mancanza di un master plan pubblico di come sarà, ad opera completa, tutta l’area. Purtroppo il progetto Cellini, pur approvato nel 2007, non è diventato un master plan vincolante. Credo che sia un segno d’incertezza politica e arretratezza culturale pensare che si possa realizzare un intervento di riqualificazione di tale dimensione con gli indici di costruzione (come previsto dalla Variante urbanistica del 1996) come se il disegno 3D dello scenario finale della nuova Bagnoli-Coroglio non fosse, esso stesso, parte del suo possibile successo.
Ogni città europea (l’esempio di Amburgo è molto istruttivo) ha capito che il successo di operazioni di riqualificazione di grandi aree dismesse poggia su stabilità di decisioni, alta sinergia con i privati e progetti di qualità dove il pubblico si riserva il compito di costruire un quadro complessivo e le infrastrutture necessarie e guida poi le realizzazioni secondo un disegno a tre dimensioni tanto dettagliato nelle parti pubbliche e nelle volumetrie quanto libero nell’architettura dei privati.
A me pare che il giudizio negativo che si percepisce in città riguardo a Bagnoli Futura, per nulla modificato dal piccolo e attraente auditorium sia perfettamente motivato da una lunga e costosa gestione della cosa pubblica che non ha prodotto i benefici auspicati. Soprattutto i troppi ritardi della bonifica e le previsioni di parchi non sostenibili hanno minato l’attendibilità delle promesse politiche. In particolare i parchi previsti, di un’ampiezza fuori misura (160 ha), pongono domande concrete sulla capacità economica di realizzarli e di gestirli. I precedenti napoletani non incoraggiano di certo: il Comune ha lasciato inselvatichire il parco De Filippo a Ponticelli (10 ha) per carenza di manutenzione fino ad un punto tale che esso è oggi inutilizzabile e chiuso. Vorremmo essere smentiti dalle capacità gestionali, di uso e ricerca di risorse pubbliche che la nuova amministrazione afferma in continuazione di possedere; applicarle a Bagnoli e vincere la scommessa ereditata sarebbe un grande merito.
(Repubblica Na 7.4.2012)
(Repubblica Na 7.4.2012)
giovedì 1 marzo 2012
Ospedale del mare uno scandalo voluto
Le recenti scandalose vicende negli appalti pubblici ripropongono l’annosa questione che si sperava superata dopo tangentopoli: come è possibile che non ci sia stato rimedio alle cause di inefficienza e malaffare che gravano ancora per molta parte sulle opere pubbliche ?
La risposta più semplice è che non si vuole farlo, non si vuole modernizzare il paese instaurando controlli efficienti e sanzioni, trasparenza e responsabilità. Capire come mai un ospedale pubblico da 200 milioni di euro appaltato nel 2004 con l’impegno a consegnare l’opera in quattro anni, si trovi, dopo otto anni incompleto e con costi più che raddoppiati non è difficile. È la stessa storia accaduta migliaia di volte in passato: approssimazione e incompetenza, deroghe e varianti, in una sinergia di sprechi tra pubblico e privato che allunga i tempi e aumenta i costi. Lo scandalo dell’Ospedale del mare a Ponticelli non è certo l’ultimo della catena, anche il recente Auditorium di Isernia che dai 5 milioni iniziali arriverà a costarne 55 non è meno scandaloso . Questi scandali, com’è ovvio, sollevano moltissimi interrogativi sulle collusioni e le inefficienze, vorrei però ragionare brevemente su tre aspetti che mi sembrano decisivi: la scelta, la gestione e la realizzazione delle opere pubbliche .
La scelta. E’ evidente che spetta alla politica scegliere tra le tante opzioni sul tavolo quelle che si ritengono più strategiche o urgenti per l’interesse collettivo e spetta anche alla politica assumersene la responsabilità se questo fine non è raggiunto. Purtroppo quest’ultimo corollario non funziona da noi.
All’indomani di Tangentopoli fu emanata la legge Merloni che aveva alcuni meriti: evitare le varianti e ridurre le deroghe, separare progettista e costruttore,
mettere al centro la unitarietà del progetto e la responsabilità del progettista ( selezionato purtroppo in base al fatturato e non al merito).
Il governo Berlusconi ha via via smantellato quel piccolo rigore iniziale consentendo deroghe, varianti al progetto esecutivo, ampia trattativa privata, offerte anomale, e svilendo il ruolo del progettista a vantaggio delle Imprese. Si sono cosi venute a sommare, anche a causa della normativa europea, troppe norme e leggi che hanno ampliato e non diminuito i poteri arbitrari delle stazioni appaltanti, consentendo addirittura la rinegoziazione successiva dell’appalto, vero cavallo di troia dei lavori pubblici.
Si racconta che tra gli ambiziosi interventi sulla città dell’ultimo sindaco di Parma, la costruzione di un edificio/ponte sul torrente la Parma abbia fatto esclamare, a uno sbigottito funzionario di Bruxelles: molto bello il progetto, peccato che manca il fiume! Il sindaco si è dimesso ma i parmigiani dovranno ripianare i conti in rosso delle tante follie del sindaco.
Tornando in casa nostra non appare certo una scelta per l’interesse pubblico quella di costruire a Bagnoli, al di sotto di un auditorium una mega SPA con saune e piscine e farla gestire ai privati con un canone che, certo, non ripaga l’investimento milionario. Chissà poi perché il Comune si fa concorrenza da solo possedendo, nelle immediate vicinanze della nuova SPA, le storiche e belle terme di Agnano da poco rinnovate.
Non sarebbe stato meglio se quei soldi fossero stati spesi per realizzare quel parco tanto atteso dai cittadini e la società Bagnoli Futura, vendendo i suoli valorizzati che possiede, avesse anticipato i tempi realizzativi delle opere pubbliche per cui è nata? Sono domande legittime credo, che ragionano su scelte che sembrano avere poco che fare con l’interesse pubblico. Sorprende inoltre anche la poca sensibilità a questi temi di quei movimenti di partecipazione democratica che si mobilitano giustamente per la non privatizzazione dei beni comuni ma che sono poi come rassegnati al malfunzionamento dei beni pubblici.
La gestione. Sta prevalendo uno svilimento dei beni pubblici a vantaggio di una commercializzazione mai avvenuta in passato che crea situazioni paradossali .
Ci sono casi di edifici pubblici venduti a privati e riaffittati allo Stato a canoni elevati, oppure casi di opere pubbliche costruite con soldi pubblici affittati a privati a basso canone. La recente pratica della commercializzazione dei beni pubblici, dovuta alle “cartolarizzazioni tremontiane “, è molto invasiva e ha cercato di allargarsi anche ai beni comuni (acqua, coste, reti, ecc) alimentata da una politica ventennale di delegittimazione e negatività verso tutto ciò che è pubblico o che rappresenta lo stato.
La realizzazione. Due i sistemi più usati per opere importanti : il project financing e l’appalto integrato.
Il PF, chiamando ad investire nell’opera pubblica anche soldi privati sembrava lo strumento più idoneo a rendere efficiente l’appalto; esso infatti richiede una negoziazione tra pubblico e privato ed esclude l’aggiudicazione con offerta al massimo ribasso. Nonostante questi vantaggi, il rapporto tra costi e benefici di questo sistema non è omogeneo in Italia; esso dipende molto, infatti, dalla forza e dalla serietà delle amministrazioni pubbliche appaltanti perché altrimenti è facile che la negoziazione degeneri in collusione come dimostrano gli scandali dell’area di Castello a Firenze e la vicenda dell’Ospedale del mare.
L’appalto integrato invece prevede la dannosa norma dell’offerta al massimo ribasso. Quando le imprese vincono appalti con ribassi fuori mercato e parcelle professionali irrisorie, decisi da commissari di gara che spessissimo non sono qualificati, è chiaro a tutti che nel corso del cantiere succederanno cose tali che si allungheranno i tempi, aumenteranno i costi , sarà ridotta la qualità del progetto e della costruzione. Giova agli sprechi e al malaffare la mancanza sia di una seria vigilanza sugli appalti sia di un valido sistema di accreditamento delle Imprese. Gli organi esistenti esercitano per lo più un controllo formale e non sostanziale e, soprattutto, manca una banca dati nazionale che raccolga e compari elementi decisivi come contratti, costi, tempi e qualità dei risultati. Una siffatta banca dati che monitorizzi i cantieri e che fosse in rete consentirebbe grandi miglioramenti degli appalti pubblici e accrediterebbe le Imprese con utili “pagelle”; un po’ come fanno le agenzie di rating con le banche stabilendo per ciascuna il premio di rischio.
In un periodo di riduzione dei consumi e dei redditi anche il solo sprecare fondi pubblici negli appalti è oggi di una gravità insopportabile che richiede interventi correttivi urgenti, da parte governativa, delle norme degli appalti pubblici.
(Repubblica Na , 29.2.2012)
martedì 31 gennaio 2012
Si realizzano 7000 alloggi in Campania
Non essendo più possibile prevedere un’edilizia pubblica per mancanza storica di finanziamenti governativi (a meno di benvenute sorprese politiche) ci dobbiamo rassegnare a pensare che il futuro degli alloggi sociali italiani sarà tutto nelle mani dei privati. Abbandonato anche ogni proposito significativo di riqualificare i quartieri di edilizia pubblica, la costruzione di nuovi alloggi privati sociali sarà l’unica prospettiva possibile per dare un tetto a fasce di basso reddito, giovani coppie, anziani , sfrattati e single.
Mentre quindi il patrimonio pubblico sarà via via dismesso o rottamato, la nuova edilizia sociale privata dovrà garantire un’equa redditività, molto diversa da quella popolare (si parla del 3% al netto dell’inflazione). Ciò significa che gli alloggi sociali avranno un affitto più basso del 30% di quelli liberi, ma significativamente più alto di quelli popolari. Da 100 euro/mese si passerà a 400 euro/ mese per un alloggio medio.
E’ questo lo scenario che emerge analizzando le prospettive delle politiche nazionali del Piano Casa, dei Fondi investimenti per l’abitare (FIA) e dalle politiche delle Aziende Casa (ex Iacp), in parte discusse anche in un recente convegno della Federcasa (associazione degli Iacp nazionali) e dello Iacp napoletano.
In questo quadro nazionale ci sono però alcune differenze regionali significative che vanno marcate . La prima è che i fondi immobiliari sono già all’opera con cantieri aperti in molte realtà del Nord mentre non sono ancora operativi al Sud (Acen e Fondazione Banco Napoli ci stanno provando).
La seconda è che mentre sul piano nazionale il Piano Casa è stato una totale delusione attivando pochissimi capitali privati, al sud e in particolare in Campania si è registrato un picco incredibile d’interesse che ha mobilitato proposte private pari al 60% dell’intera offerta nazionale (1,5 mld contro 2,5 mld totali).
Non conoscendo i dettagli, il cosa e il come , delle proposte campane non possiamo avanzare spiegazioni su questo fenomeno in controtendenza nazionale, la cui validazione è affidata alla Regione. Vorremmo però fare qualche utile riflessione.
La fame di case in Campania ha raggiunto cifre a cinque zeri e non esiste nelle città e massimamente a Napoli, un’offerta di affitto a prezzi ragionevoli. A Napoli la casa di proprietà è posseduta da appena il 50% della popolazione contro una media nazionale del 70% e, per quanto si conosce, non sono stati aperti nuovi cantieri per alloggi sociali né da parte del Comune né da parte dello IACP napoletano. Quelle tre o quattro centinaia di alloggi attualmente in costruzione sono il prodotto di vecchi finanziamenti e accordi , il resto sono per ora annunci.
Finanziamenti nuovi, infatti, non sono stati attivati nonostante la dismissione del patrimonio di edilizia pubblica che sta portando decine di milioni nelle casse dello IACP e anche in quelle Comunali. Ma tali nuovi soldi non sono ancora diventati investimenti in nuova edilizia o in acquisto di terreni, come invece sarebbe altamente auspicabile fare.
La prospettiva del Piano Casa in Campania, ammesso che le offerte private prodotte si tramutino tutte in edilizia, è quella di realizzare 7000 nuovi alloggi, di cui 1750 nella sola Napoli (di cui 800 alloggi sociali e 900 in vendita a libero mercato o mercato convenzionato).
L’attrazione dei capitali privati si è basata su una deregulation allettante che consente aumenti di cubature dal 20 al 35 %, cambio di destinazioni d’uso, possibilità di intervenire nei centri storici, abbattimento e ricostruzione di edifici pubblici in aree degradate con aumenti del 50%, configurando un intervento complessivo in grado di sconvolgere la pianificazione comunale. Tale deregulation sembra animata più da una voglia quantitativa che qualitativa, da una cultura dell’emergenza che ricorda quella praticata a Napoli nel dopoguerra “rimuovere ogni regola urbanistica ed edilizia per consentire di costruire comunque e dovunque”.
Molta attenzione è richiesta dalle norme del Piano casa ai progetti presentati per gli aspetti energetico-ambientali come è giusto fare ma pochissima attenzione viene richiesta per la qualità architettonica ed urbana, la vivibilità, gli spazi di relazione, il rispetto del contesto e del paesaggio, il verde. Ciò è tanto più importante per quelle proposte di riqualificazione urbana di aree degradate, dove viene concesso un aumento di cubatura del 50% senza distinzione per le diverse parti di città dove sono collocate e senza precisare come l’aumento di cubatura deve essere conseguito: in altezza oppure occupando suolo libero.
Niente da obiettare sul tipo d’intervento “demolizione e densificazione”in aree periferiche, a patto che non venga consumato nuovo suolo urbano e reggano le infrastrutture al contorno. Ma non si può dire la stessa cosa per gli interventi nelle parti di città consolidata dove l’alterazione negativa del contesto, per aumenti di cubatura cosi elevati, è assai probabile.
Tra le proposte di riqualificazione di quartieri pubblici degradati avanzate dallo Iacp napoletano per il Piano Casa, ce ne sono alcune, poste in aree di città consolidata, che destano forti perplessità circa le conseguenze sugli intorni edilizi e paesaggistici esistenti, come a Largo Volpicelli, nel rione Amendola o al S.Francesco. Sorprende il silenzio sul Piano Casa da parte del Comune e il suo scontato e insufficiente richiamo al rispetto delle norme del PRG.
C’è in verità bisogno di una larga partecipazione e sinergia tra istituzioni e cittadini per discutere temi da troppo tempo lasciati peggiorare. Servono prospettive sui modi di affrontare il drammatico bisogno di case che al sud, incredibilmente, sembra superare in urgenza anche quello del bisogno di lavoro.
Repubblica , Napoli, 31.1.2012
Mentre quindi il patrimonio pubblico sarà via via dismesso o rottamato, la nuova edilizia sociale privata dovrà garantire un’equa redditività, molto diversa da quella popolare (si parla del 3% al netto dell’inflazione). Ciò significa che gli alloggi sociali avranno un affitto più basso del 30% di quelli liberi, ma significativamente più alto di quelli popolari. Da 100 euro/mese si passerà a 400 euro/ mese per un alloggio medio.
E’ questo lo scenario che emerge analizzando le prospettive delle politiche nazionali del Piano Casa, dei Fondi investimenti per l’abitare (FIA) e dalle politiche delle Aziende Casa (ex Iacp), in parte discusse anche in un recente convegno della Federcasa (associazione degli Iacp nazionali) e dello Iacp napoletano.
In questo quadro nazionale ci sono però alcune differenze regionali significative che vanno marcate . La prima è che i fondi immobiliari sono già all’opera con cantieri aperti in molte realtà del Nord mentre non sono ancora operativi al Sud (Acen e Fondazione Banco Napoli ci stanno provando).
La seconda è che mentre sul piano nazionale il Piano Casa è stato una totale delusione attivando pochissimi capitali privati, al sud e in particolare in Campania si è registrato un picco incredibile d’interesse che ha mobilitato proposte private pari al 60% dell’intera offerta nazionale (1,5 mld contro 2,5 mld totali).
Non conoscendo i dettagli, il cosa e il come , delle proposte campane non possiamo avanzare spiegazioni su questo fenomeno in controtendenza nazionale, la cui validazione è affidata alla Regione. Vorremmo però fare qualche utile riflessione.
La fame di case in Campania ha raggiunto cifre a cinque zeri e non esiste nelle città e massimamente a Napoli, un’offerta di affitto a prezzi ragionevoli. A Napoli la casa di proprietà è posseduta da appena il 50% della popolazione contro una media nazionale del 70% e, per quanto si conosce, non sono stati aperti nuovi cantieri per alloggi sociali né da parte del Comune né da parte dello IACP napoletano. Quelle tre o quattro centinaia di alloggi attualmente in costruzione sono il prodotto di vecchi finanziamenti e accordi , il resto sono per ora annunci.
Finanziamenti nuovi, infatti, non sono stati attivati nonostante la dismissione del patrimonio di edilizia pubblica che sta portando decine di milioni nelle casse dello IACP e anche in quelle Comunali. Ma tali nuovi soldi non sono ancora diventati investimenti in nuova edilizia o in acquisto di terreni, come invece sarebbe altamente auspicabile fare.
La prospettiva del Piano Casa in Campania, ammesso che le offerte private prodotte si tramutino tutte in edilizia, è quella di realizzare 7000 nuovi alloggi, di cui 1750 nella sola Napoli (di cui 800 alloggi sociali e 900 in vendita a libero mercato o mercato convenzionato).
L’attrazione dei capitali privati si è basata su una deregulation allettante che consente aumenti di cubature dal 20 al 35 %, cambio di destinazioni d’uso, possibilità di intervenire nei centri storici, abbattimento e ricostruzione di edifici pubblici in aree degradate con aumenti del 50%, configurando un intervento complessivo in grado di sconvolgere la pianificazione comunale. Tale deregulation sembra animata più da una voglia quantitativa che qualitativa, da una cultura dell’emergenza che ricorda quella praticata a Napoli nel dopoguerra “rimuovere ogni regola urbanistica ed edilizia per consentire di costruire comunque e dovunque”.
Molta attenzione è richiesta dalle norme del Piano casa ai progetti presentati per gli aspetti energetico-ambientali come è giusto fare ma pochissima attenzione viene richiesta per la qualità architettonica ed urbana, la vivibilità, gli spazi di relazione, il rispetto del contesto e del paesaggio, il verde. Ciò è tanto più importante per quelle proposte di riqualificazione urbana di aree degradate, dove viene concesso un aumento di cubatura del 50% senza distinzione per le diverse parti di città dove sono collocate e senza precisare come l’aumento di cubatura deve essere conseguito: in altezza oppure occupando suolo libero.
Niente da obiettare sul tipo d’intervento “demolizione e densificazione”in aree periferiche, a patto che non venga consumato nuovo suolo urbano e reggano le infrastrutture al contorno. Ma non si può dire la stessa cosa per gli interventi nelle parti di città consolidata dove l’alterazione negativa del contesto, per aumenti di cubatura cosi elevati, è assai probabile.
Tra le proposte di riqualificazione di quartieri pubblici degradati avanzate dallo Iacp napoletano per il Piano Casa, ce ne sono alcune, poste in aree di città consolidata, che destano forti perplessità circa le conseguenze sugli intorni edilizi e paesaggistici esistenti, come a Largo Volpicelli, nel rione Amendola o al S.Francesco. Sorprende il silenzio sul Piano Casa da parte del Comune e il suo scontato e insufficiente richiamo al rispetto delle norme del PRG.
C’è in verità bisogno di una larga partecipazione e sinergia tra istituzioni e cittadini per discutere temi da troppo tempo lasciati peggiorare. Servono prospettive sui modi di affrontare il drammatico bisogno di case che al sud, incredibilmente, sembra superare in urgenza anche quello del bisogno di lavoro.
Repubblica , Napoli, 31.1.2012
martedì 20 dicembre 2011
Architettura cenerentola della nuova università
Approvati i nuovi statuti che regolano le trasformazioni delle università italiane secondo la legge Gelmini, si completerà nel corso del 2012 il processo di riorganizzazione delle università riformate.
Eliminate le facoltà e assegnati compiti didattici e di ricerca ai Dipartimenti, le Università si stanno riorganizzando secondo libere scelte dei docenti che si raggruppano per affinità culturali e scientifiche in Scuole che ripropongono, con poca variazione, le stesse facoltà eliminate.
Alcuni atenei hanno scelto di facilitare le nuove aggregazioni in Dipartimenti e Scuole/Facoltà (come Bari, Roma, Milano, Genova, Palermo etc.), altre invece, ed è il caso della Federico II, hanno posto maggiori limiti e vincoli, guidando con maggiore decisionismo il modo della riorganizzazione.
Confermata purtroppo la riduzione dei fondi pubblici sia per la didattica e sia soprattutto per la ricerca, il numero dei docenti continuerà progressivamente a ridursi a causa del blocco del turn over determinando cosi un’inevitabile riduzione degli studenti iscritti.
La riforma, com’è noto, tende a riorganizzare le strutture dell’università cercando razionalizzazione ed efficienza e diminuendo i costi, senza però prevedere incentivi o premialità per il miglioramento della formazione.
Forti ricadute positive si potrebbero avere dalla riunificazione di didattica e ricerca dentro i Dipartimenti, prima interessati solo alla ricerca; ma fare buona ricerca non significa fare buona didattica per cui non si capisce perché si voglia premiare solo chi fa buone ricerche e non anche chi fa buona didattica. Sembra un’antica sottovalutazione quella della didattica rispetto alla ricerca che trascura proprio la trasmissione del sapere, la formazione dei laureati, mettendo fuori centro l’apprendimento e, non a caso, ignorando poi le questioni decisive del post laurea come l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro.
Dopo la sbornia di questi ultimi vent’anni nei quali sono stati creati tanti corsi inutili e laureato molti, una stagione di maggior rigore può senz’altro migliorare l’università a patto che quegli stessi “baroni” che hanno prodotto la situazione attuale e ai quali la Gelmini affida il cambiamento, siano virtuosamente spinti a migliorare la qualità attuale.
A Napoli, lo statuto approvato dalla Federico II appare in alcune parti, in rapporto agli altri atenei italiani, in chiara controtendenza, con regole più restrittive e dirigistiche della stessa legge Gelmini. Moltissimi atenei si sono organizzati costituendo tante Scuole quante erano le facoltà operanti (Milano, Trento, Roma, Genova, Bari, etc.), consentendo cosi un passaggio leggero all’università riformata: meno dipartimenti ma distribuiti in molte scuole/facoltà intese come raccordo didattico e gestione dei corsi di laurea.
Alla Federico II invece sono state create solo quattro Super Scuole, ( Scienze umane e sociali, Scienze e Tecnologia per la vita, Medicina e Chirurgia, Politecnico e Scienze di base) forzando 13 facoltà a convergere in sole quattro strutture dove rimarrano “intruppati” contenuti disciplinari e orizzonti culturali molto differenti e gelosi per antica tradizione.
Ad Architettura per esempio, converrebbe forse un nobile e coraggioso isolamento (Architettura alla SUN sembra avviata su questa strada) piuttosto che un abbraccio soffocante nella Super scuola, quasi Politecnica, che unisce tutte le ingegnerie (da biomedica ad aerospaziale ed elettronica, solo per citarne alcune) alle quali vanno aggiunte matematica e fisica. Trovare reciproco vantaggio culturale e scientifico in questa grande struttura che gestirà oltre 20 corsi di laurea, non appare certo chiaro né forse possibile, in particolare per una disciplina come architettura che si alimenta col sociale e trae tensione dall’intreccio tra arte e tecnica. Se l’abbraccio ci sarà, la facoltà di Architettura, cenerentola nella nuova Super scuola, si trasformerà perdendo vecchi caratteri distintivi e aquistandone di nuovi (soprattutto un’egemonia del sapere tecnico-scientifico) e questo la allontanerà dal processo che vede impegnate, per i prossimi anni, la maggior parte delle scuole di architettura italiane.
E’ noto che la laurea, specie nelle facoltà professionalizzanti, si è via via ridotta come amplificatore delle possibilità occupazionali delle persone, e tuttavia va sottolineato come il miglioramento della governance non migliora i nodi della validità attuale della formazione, dei contenuti e dei metodi di insegnamento in relazione a ciò che richiede il mercato.
Dopo l’illusione, prodottasi vent’anni fa, con la riforma del 3+2 che riteneva di formare in meno tempo più laureati e migliori, aumentando l’occupazione con la nuova figura del laureato triennale, si è assistito invece e soprattutto ad un aumento significativo di laureati che, in Architettura, ha toccato la cifra record di 140.000 unità. Tale notevole nuova massa di laureati, non sufficientemente preparata e aggiornata dall’Università, è diventata, con la tolleranza e la complicità degli Ordini professionali, una massa di professionisti che ha trasformato l’Italia nel paese europeo col più alto numero di architetti per abitante (23 ogni 10.000 abitanti contro una media europea di 8). E’ come se avessimo messo sul mercato per vent’anni, tredici nuovi architetti al giorno, a cui vanno aggiunti i numeri delle altre figure che operano nello stesso campo: geometri, ingegneri edili , civili e ingegneri-architetti.
Diceva Giò Ponti negli anni cinquanta: amare l’architettura è amare il proprio paese. Sembrava una cosa scontata per noi italiani, ma non era cosi: mentre siamo diventati il paese col più alto numero di architetti in Europa, la domanda sociale di qualità architettonica non è aumentata e il nostro prezioso paesaggio nazionale è peggiorato. Un paradosso quasi inspiegabile.
( Repubblica Napoli, 20.12.2011)
Eliminate le facoltà e assegnati compiti didattici e di ricerca ai Dipartimenti, le Università si stanno riorganizzando secondo libere scelte dei docenti che si raggruppano per affinità culturali e scientifiche in Scuole che ripropongono, con poca variazione, le stesse facoltà eliminate.
Alcuni atenei hanno scelto di facilitare le nuove aggregazioni in Dipartimenti e Scuole/Facoltà (come Bari, Roma, Milano, Genova, Palermo etc.), altre invece, ed è il caso della Federico II, hanno posto maggiori limiti e vincoli, guidando con maggiore decisionismo il modo della riorganizzazione.
Confermata purtroppo la riduzione dei fondi pubblici sia per la didattica e sia soprattutto per la ricerca, il numero dei docenti continuerà progressivamente a ridursi a causa del blocco del turn over determinando cosi un’inevitabile riduzione degli studenti iscritti.
La riforma, com’è noto, tende a riorganizzare le strutture dell’università cercando razionalizzazione ed efficienza e diminuendo i costi, senza però prevedere incentivi o premialità per il miglioramento della formazione.
Forti ricadute positive si potrebbero avere dalla riunificazione di didattica e ricerca dentro i Dipartimenti, prima interessati solo alla ricerca; ma fare buona ricerca non significa fare buona didattica per cui non si capisce perché si voglia premiare solo chi fa buone ricerche e non anche chi fa buona didattica. Sembra un’antica sottovalutazione quella della didattica rispetto alla ricerca che trascura proprio la trasmissione del sapere, la formazione dei laureati, mettendo fuori centro l’apprendimento e, non a caso, ignorando poi le questioni decisive del post laurea come l’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro.
Dopo la sbornia di questi ultimi vent’anni nei quali sono stati creati tanti corsi inutili e laureato molti, una stagione di maggior rigore può senz’altro migliorare l’università a patto che quegli stessi “baroni” che hanno prodotto la situazione attuale e ai quali la Gelmini affida il cambiamento, siano virtuosamente spinti a migliorare la qualità attuale.
A Napoli, lo statuto approvato dalla Federico II appare in alcune parti, in rapporto agli altri atenei italiani, in chiara controtendenza, con regole più restrittive e dirigistiche della stessa legge Gelmini. Moltissimi atenei si sono organizzati costituendo tante Scuole quante erano le facoltà operanti (Milano, Trento, Roma, Genova, Bari, etc.), consentendo cosi un passaggio leggero all’università riformata: meno dipartimenti ma distribuiti in molte scuole/facoltà intese come raccordo didattico e gestione dei corsi di laurea.
Alla Federico II invece sono state create solo quattro Super Scuole, ( Scienze umane e sociali, Scienze e Tecnologia per la vita, Medicina e Chirurgia, Politecnico e Scienze di base) forzando 13 facoltà a convergere in sole quattro strutture dove rimarrano “intruppati” contenuti disciplinari e orizzonti culturali molto differenti e gelosi per antica tradizione.
Ad Architettura per esempio, converrebbe forse un nobile e coraggioso isolamento (Architettura alla SUN sembra avviata su questa strada) piuttosto che un abbraccio soffocante nella Super scuola, quasi Politecnica, che unisce tutte le ingegnerie (da biomedica ad aerospaziale ed elettronica, solo per citarne alcune) alle quali vanno aggiunte matematica e fisica. Trovare reciproco vantaggio culturale e scientifico in questa grande struttura che gestirà oltre 20 corsi di laurea, non appare certo chiaro né forse possibile, in particolare per una disciplina come architettura che si alimenta col sociale e trae tensione dall’intreccio tra arte e tecnica. Se l’abbraccio ci sarà, la facoltà di Architettura, cenerentola nella nuova Super scuola, si trasformerà perdendo vecchi caratteri distintivi e aquistandone di nuovi (soprattutto un’egemonia del sapere tecnico-scientifico) e questo la allontanerà dal processo che vede impegnate, per i prossimi anni, la maggior parte delle scuole di architettura italiane.
E’ noto che la laurea, specie nelle facoltà professionalizzanti, si è via via ridotta come amplificatore delle possibilità occupazionali delle persone, e tuttavia va sottolineato come il miglioramento della governance non migliora i nodi della validità attuale della formazione, dei contenuti e dei metodi di insegnamento in relazione a ciò che richiede il mercato.
Dopo l’illusione, prodottasi vent’anni fa, con la riforma del 3+2 che riteneva di formare in meno tempo più laureati e migliori, aumentando l’occupazione con la nuova figura del laureato triennale, si è assistito invece e soprattutto ad un aumento significativo di laureati che, in Architettura, ha toccato la cifra record di 140.000 unità. Tale notevole nuova massa di laureati, non sufficientemente preparata e aggiornata dall’Università, è diventata, con la tolleranza e la complicità degli Ordini professionali, una massa di professionisti che ha trasformato l’Italia nel paese europeo col più alto numero di architetti per abitante (23 ogni 10.000 abitanti contro una media europea di 8). E’ come se avessimo messo sul mercato per vent’anni, tredici nuovi architetti al giorno, a cui vanno aggiunti i numeri delle altre figure che operano nello stesso campo: geometri, ingegneri edili , civili e ingegneri-architetti.
Diceva Giò Ponti negli anni cinquanta: amare l’architettura è amare il proprio paese. Sembrava una cosa scontata per noi italiani, ma non era cosi: mentre siamo diventati il paese col più alto numero di architetti in Europa, la domanda sociale di qualità architettonica non è aumentata e il nostro prezioso paesaggio nazionale è peggiorato. Un paradosso quasi inspiegabile.
( Repubblica Napoli, 20.12.2011)
Una politica urbana tutta in 25 nuovi alloggi
I tempi lunghissimi della riqualificazione a Napoli sono diventati talmente lunghi che si sono quasi persi nel tempo. Sembra un gioco di parole ma è la semplice verità.
Chi si ricorda più dei Programmi di Riqualificazione Urbana che nel 1997 promettevano un miglioramento significativo delle condizioni delle periferie napoletane quale mai era avvenuto dopo il terremoto del 1980 ?
Ponticelli, Soccavo, Poggioreale erano i fiori all’occhiello di una pianificazione napoletana, inserita nel PRG, che guardava alla città pubblica come ad una risorsa che meritava di essere riqualificata: i quartieri del Novecento infatti erano e sono in tutta Europa un grande sfida alla innovazione e contemporaneamente alla conservazione di quegli interventi di qualità, razionalisti, organici, funzionalisti e anche megastrutturali, che lo hanno caratterizzato.
Su quest’argomento, in un recentissimo convegno (“Riqualificare i quartieri del Novecento”, Palazzo Reale, a cura di Paola Ascione, docente della Facoltà di Architettura) si sono visti interventi di riqualificazione residenziale su edifici degli anni sessanta e settanta che hanno quasi dell’incredibile. Esempi svizzeri di un’accuratezza esecutiva frutto di una sapienza dei progettisti fuori dall’ordinario e , incredibile, un concreto esempio italiano veramente inaspettato in questo paese che ha smarrito il bene pubblico: la riqualificazione, con abitanti in loco, delle “Navi” a Firenze , edifici assai simili alle nostre Vele, che sarebbe utilissimo portare a conoscenza della città e della nostra Amministrazione.
Purtroppo noi non abbiamo esempi concreti da mostrare e da paragonare: le passate due amministrazioni comunali (Bassolino e Iervolino) non hanno prodotto risultati concreti in questo senso e, fino ad oggi, anche l’attuale Amministrazione non ha mostrato interesse fattivo alla riqualificazione delle periferie.
Non si sta dicendo che non si è fatto nulla a Napoli, finanziamenti, progetti, aggiornamenti, variazioni, concorsi, valutazioni, hanno occupato quasi vent’anni di attività che però non ha prodotto risultati per la gente. Ed è evidente che qualcosa è andato storto e dovrebbe essere ricalibrato: forse i programmi non erano operativi, la capacità di gestione comunale non sufficiente, i finanziamenti colpevolmente dispersi in molti rivoli, il PRG non adeguato. Qualunque sia la spiegazione dei mancati risultati, la nuova Amministrazione deve mostrare di saper gestire questo carico. Se vuole “attuare il PRG”, come essa sembra sostenere, deve trovare rapidamente il “come” superare gli intoppi ventennali e procedere alle riqualificazioni programmate che non chiedono nuovi investimenti.
Ma oltre al Comune anche lo IACP si occupa di riqualificare il suo immenso patrimonio. Purtroppo il centenario e meritorio Istituto per le Case Popolari della provincia di Napoli è scomparso in silenzio, cancellato dalla Regione Campania, e attende ristrutturazioni e compiti che hanno, ahimè, il tempo della politica di palazzo. Si tratta anche qui, tanto per ricordare qualche compito, della riqualificazione del quartiere S.Gaetano, da tempo finanziata e progettata ma che è ancora tutta , dopo un decennio, sulla carta .
Mentre quindi la riqualificazione può attendere una piccola notizia sulle nuove costruzioni ci fa ben sperare. Il Comune ha prorogato per la seconda volta il bando per la vendita dei suoli a Bagnoli (una prima volta perchè nessuno fu interessato, ora perché spera in maggiori guadagni dovuti alla pubblicità indotta dalle regate), ed ha inserito nel bando, l’obbligo per chi costruirà uffici, commercio e case, di riservare il 5% della quota di case pubbliche alle giovani coppie.
In una città che perde ogni anno 7000 residenti di cui la maggior parte giovani, prevedere per il futuro 25 nuovi alloggi pubblici a Bagnoli è cosa certo positiva ma talmente piccola che rimane intatta la colpevole politica urbana in atto da tempo: una decrescita della città senza riqualificazione e sviluppo interno.
( Repubblica Napoli , 19.10.2011)
Chi si ricorda più dei Programmi di Riqualificazione Urbana che nel 1997 promettevano un miglioramento significativo delle condizioni delle periferie napoletane quale mai era avvenuto dopo il terremoto del 1980 ?
Ponticelli, Soccavo, Poggioreale erano i fiori all’occhiello di una pianificazione napoletana, inserita nel PRG, che guardava alla città pubblica come ad una risorsa che meritava di essere riqualificata: i quartieri del Novecento infatti erano e sono in tutta Europa un grande sfida alla innovazione e contemporaneamente alla conservazione di quegli interventi di qualità, razionalisti, organici, funzionalisti e anche megastrutturali, che lo hanno caratterizzato.
Su quest’argomento, in un recentissimo convegno (“Riqualificare i quartieri del Novecento”, Palazzo Reale, a cura di Paola Ascione, docente della Facoltà di Architettura) si sono visti interventi di riqualificazione residenziale su edifici degli anni sessanta e settanta che hanno quasi dell’incredibile. Esempi svizzeri di un’accuratezza esecutiva frutto di una sapienza dei progettisti fuori dall’ordinario e , incredibile, un concreto esempio italiano veramente inaspettato in questo paese che ha smarrito il bene pubblico: la riqualificazione, con abitanti in loco, delle “Navi” a Firenze , edifici assai simili alle nostre Vele, che sarebbe utilissimo portare a conoscenza della città e della nostra Amministrazione.
Purtroppo noi non abbiamo esempi concreti da mostrare e da paragonare: le passate due amministrazioni comunali (Bassolino e Iervolino) non hanno prodotto risultati concreti in questo senso e, fino ad oggi, anche l’attuale Amministrazione non ha mostrato interesse fattivo alla riqualificazione delle periferie.
Non si sta dicendo che non si è fatto nulla a Napoli, finanziamenti, progetti, aggiornamenti, variazioni, concorsi, valutazioni, hanno occupato quasi vent’anni di attività che però non ha prodotto risultati per la gente. Ed è evidente che qualcosa è andato storto e dovrebbe essere ricalibrato: forse i programmi non erano operativi, la capacità di gestione comunale non sufficiente, i finanziamenti colpevolmente dispersi in molti rivoli, il PRG non adeguato. Qualunque sia la spiegazione dei mancati risultati, la nuova Amministrazione deve mostrare di saper gestire questo carico. Se vuole “attuare il PRG”, come essa sembra sostenere, deve trovare rapidamente il “come” superare gli intoppi ventennali e procedere alle riqualificazioni programmate che non chiedono nuovi investimenti.
Ma oltre al Comune anche lo IACP si occupa di riqualificare il suo immenso patrimonio. Purtroppo il centenario e meritorio Istituto per le Case Popolari della provincia di Napoli è scomparso in silenzio, cancellato dalla Regione Campania, e attende ristrutturazioni e compiti che hanno, ahimè, il tempo della politica di palazzo. Si tratta anche qui, tanto per ricordare qualche compito, della riqualificazione del quartiere S.Gaetano, da tempo finanziata e progettata ma che è ancora tutta , dopo un decennio, sulla carta .
Mentre quindi la riqualificazione può attendere una piccola notizia sulle nuove costruzioni ci fa ben sperare. Il Comune ha prorogato per la seconda volta il bando per la vendita dei suoli a Bagnoli (una prima volta perchè nessuno fu interessato, ora perché spera in maggiori guadagni dovuti alla pubblicità indotta dalle regate), ed ha inserito nel bando, l’obbligo per chi costruirà uffici, commercio e case, di riservare il 5% della quota di case pubbliche alle giovani coppie.
In una città che perde ogni anno 7000 residenti di cui la maggior parte giovani, prevedere per il futuro 25 nuovi alloggi pubblici a Bagnoli è cosa certo positiva ma talmente piccola che rimane intatta la colpevole politica urbana in atto da tempo: una decrescita della città senza riqualificazione e sviluppo interno.
( Repubblica Napoli , 19.10.2011)
Iscriviti a:
Post (Atom)